C’è una forma di rispetto che non passa soltanto dalle dichiarazioni ufficiali, dalle sanzioni o dagli aiuti militari, ma si annida nel linguaggio quotidiano, nelle scelte apparentemente minime che compiamo ogni volta che nominiamo un luogo, una città, una persona. È qui che si misura la nostra consapevolezza, ed è qui che troppo spesso, anche in Italia, emerge una limitata consapevolezza. Continuare a dire Kiev invece di Kyiv non è una semplice questione fonetica o di abitudine: è l’eco di una visione del mondo filtrata per decenni dalla lingua e dalla prospettiva russa, una lente che ha contribuito a oscurare l’identità autonoma dell’Ucraina.
La traslitterazione dal russo, infatti, non è neutra: è il riflesso di un rapporto di potere, di una storia di dominazione culturale e politica che oggi, alla luce della brutale aggressione da parte della Russia, non può più essere ignorata né perpetuata inconsapevolmente. Scegliere la forma ucraina dei nomi significa riconoscere che quel Paese ha una lingua, una storia e una dignità proprie, distinte e irriducibili a quelle del vicino che per secoli ha cercato di assorbirle o cancellarle. Non è un dettaglio, è una presa di posizione.
Lo stesso vale per la geografia che insegniamo nelle scuole e che leggiamo negli atlanti: rappresentare la Crimea come territorio russo significa legittimare, anche solo simbolicamente, un’annessione illegale che la comunità internazionale non riconosce. Eppure, questa rappresentazione scivola spesso nei materiali didattici e nella divulgazione, segno di quanto la propaganda del Cremlino abbia trovato terreno fertile ben oltre i confini russi. Non si tratta di un errore innocuo, ma di una distorsione che contribuisce a normalizzare l’ingiustizia.
Anche la memoria storica merita la stessa attenzione: l’Holodomor, la carestia indotta che negli anni Trenta causò milioni di morti, non può essere ridotta a una tragedia generica dell’Unione Sovietica, ma va riconosciuta per ciò che fu, un atto di violenza sistemica che colpì in modo specifico il popolo ucraino nel tentativo di piegarne l’identità e l’indipendenza. Continuare a raccontare quella storia con categorie e terminologie ereditate da una narrazione dominante significa, ancora una volta, tradire la verità dei fatti. In questo senso, il linguaggio non è mai neutro: è uno strumento che può perpetuare rapporti di forza oppure contribuire a smascherarli.
Dire Kyiv, usare le traslitterazioni corrette dei nomi delle città e delle vittime, insegnare una geografia e una storia libere da condizionamenti propagandistici non è un vezzo da specialisti, ma un gesto di responsabilità civile. È il modo più semplice e al tempo stesso più profondo per affermare che l’Ucraina non è, e non è mai stata, Russia, e che riconoscerlo, anche nelle parole, è il primo passo per rispettarla davvero.
