L’ombra lunga di Vladimir Putin torna ad allungarsi sull’Europa orientale, questa volta attraverso le urne bulgare, dove l’ex presidente Rumen Radev si presenta come favorito in un’ennesima elezione anticipata che racconta, più di ogni altra cosa, la fragilità politica di Sofia; il suo tentativo di passare dal ruolo istituzionale a quello operativo di primo ministro non è soltanto una normale ambizione personale, ma si carica di un significato geopolitico che inquieta Bruxelles e le capitali europee, perché Radev non ha mai nascosto una certa indulgenza verso Mosca, mostrando esitazioni nel condannare l’invasione dell’Ucraina e criticando le sanzioni europee, fino a evocare apertamente la possibilità che la Bulgaria diventi “un ponte” per ristabilire i rapporti con la Russia, una prospettiva che ha spinto esponenti europei come Valérie Hayer, eurodeputata francese e leader del gruppo liberale Renew Europe, a lanciare un allarme netto: “c’è il rischio di un governo filo-Cremlino in un momento critico”, arrivando a definire Radev un possibile “cavallo di Troia” di Putin nel cuore dell’Unione; e in effetti la posta in gioco è alta, perché la Bulgaria non è un attore marginale ma un nodo strategico sul fronte orientale della NATO, snodo energetico e produttore di munizioni per Kyiv, un Paese che potrebbe spostare equilibri delicati se dovesse inclinarsi, anche solo parzialmente, verso Mosca.
Il quadro è più complesso di quanto suggeriscano le etichette, perché a differenza di quanto accaduto in Ungheria con Viktor Orbán — recentemente sconfitto dopo anni di governo — il sistema politico bulgaro non consente concentrazioni di potere tali da permettere svolte radicali, obbligando chi vince a cercare compromessi e alleanze che inevitabilmente attenuano le posizioni più divisive, tanto che gli stessi analisti locali descrivono Radev come “cauto”, formalmente impegnato a mantenere i legami euro-atlantici pur insistendo su una linea più “equilibrata e indipendente”; il vero nodo, allora, non è tanto la possibilità di una svolta improvvisa quanto il lento slittamento di una parte dell’opinione pubblica, stanca di corruzione e instabilità, verso soluzioni alternative, in cui la narrativa russa trova spazio, alimentando quel “crescente cinismo” che, come osservano gli esperti, porta gli elettori a cercare ciclicamente “un nuovo messia”, mentre Mosca, con pragmatismo, continua a sostenere diversi attori politici senza bisogno di esporsi troppo; in questo scenario, più che un colpo di scena, si intravede un processo graduale, quasi carsico, in cui l’influenza russa non conquista ma si insinua, sfruttando le crepe interne dell’Europa, e la Bulgaria diventa così un banco di prova cruciale per capire quanto siano ancora solidi, sotto la superficie, i pilastri politici e culturali dell’Unione.
