All’interno di una chiesa nella regione di Mosca, nell’insediamento di Obukhovo, lo spazio che tradizionalmente dovrebbe essere dedicato alla preghiera, al canto liturgico o al catechismo viene trasformato in un’aula di addestramento militare: sotto le alte finestre ad arco, tra icone dorate, candelabri e iconostasi, un gruppo di ragazzi in uniforme imbraccia fucili ed esegue movimenti tattici davanti a uno schermo su cui campeggia la scritta “Centro di educazione patriottica”, mentre seduti sulle panche laterali genitori e fedeli osservano la scena e un sacerdote ortodosso assiste senza intervenire, suggellando simbolicamente la fusione tra religione e militarizzazione; non si tratta di un campo all’aperto o di una palestra scolastica, ma di un luogo consacrato, in cui le immagini sacre fanno da sfondo a posture di tiro e simulazioni di combattimento, trasformando l’altare e le icone in cornice ideologica di un messaggio che lega fede, patria e arma in un’unica narrazione.
L’Europa rischia di diventare il nuovo terminale dell’ondata di merci cinesi respinte dagli Stati Uniti. Dopo l’inasprimento dei dazi deciso da Donald Trump, Pechino ha iniziato a dirottare parte della propria produzione verso l’Eurozona, dove le barriere commerciali restano più basse e la domanda di beni a basso costo è ancora sostenuta. L’effetto si sta già facendo sentire tra le aziende europee, costrette a fronteggiare una concorrenza sempre più agguerrita da parte di prodotti cinesi spesso sostenuti da ingenti sussidi pubblici e venduti a prezzi con cui i produttori locali difficilmente riescono a competere. La sovrapproduzione cinese, alimentata da una domanda interna debole e da politiche industriali espansive, cerca ora nuovi sbocchi in mercati aperti come quello europeo. Le conseguenze vanno oltre il semplice equilibrio commerciale. Un afflusso massiccio di prodotti cinesi nell’Eurozona potrebbe infatti contribuire a raffreddare ulteriormente l’inflazione, già in calo rispett...
